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A PROPOSITO DI SCHMIDT


Warren Schmidt sta vivendo simultaneamente molti degli eventi cruciali della vita di un uomo: va in pensione dopo un’intera carriera spesa all’interno di una grande compagnia d’assicurazioni; la sua unica figlia Jeanne sta per sposare un uomo che Warren disprezza e considera un “imbecille”; sua moglie Helen muore improvvisamente dopo 42 anni di matrimonio. Privato così delle basi ed uniche certezze di una vita, Schmidt sarà costretto a prendere lentamente coscienza della propria esistenza: forse alla sua età (66 anni) è troppo tardi o forse non dispone comunque degli strumenti necessari ma sicuramente quando un uomo prova ad interrogarsi e a ricercare la propria essenza si trova sempre il tempo ed il modo per rimanere ad osservare “inebetiti” il “miracolo” della propria vita. Ed il regista Alexander Payne (Election), spogliando la sua “indagine” di ogni sentimento buonista o fintamente consolatorio di qualsiasi banale storia di “redenzione”, tampina il suo Schmidt con lo spietato, diretto ed amaro sguardo di chi solo nella purezza e schiettezza di un racconto pulito ed onesto riesce a trovare e a toccare le corde di una sensibilità elegiaca. Il compito (gravoso!) gli è facilitato dall’avere a disposizione un attore come Jack Nicholson che se inevitabilmente gigioneggia (ma con che classe!) nel ruolo di quest’uomo depresso e disilluso, conquista soprattutto per la rara capacità di mettere a nudo (inconsapevolmente?)le fragilità, insicurezze ed impacci di una generazione “duramente” forgiata. E siamo grati al regista Payne (e a Louis Begley , autore del romanzo A proposito di Schmidt dal quale il film è tratto) di averci regalato una delle scene di seduzione più dolcemente tenere e vere che si siano mai viste sul grande schermo: il bagno nella vasca dell’idromassaggio della futura suocera di Warren , Roberta (Kathy Bates nel ruolo di questa donna eccentrica, sciatta e convinta di essere di “una sessualità esplosiva” è semplicemente straordinaria!), con un imbarazzato e spaventato Schmidt….l’incontro “senza veli” di due solitudini che nella durezza e semplicità di un diretto confronto spaventa per l’infinito ed ignoto abisso di vite al capolinea.


A PROPOSITO DI…. ALEXANDER PAYNE


Parla discretamente l’italiano (ricordi di un lontano amore fiorentino!). Sfoggia una capigliatura e colletti enormi che avrebbero fatto felici un Baglioni o i fratelli Gibbs dei tempi d’oro! Ed anche i suoi modi gentili sembrano restituirci l’immagine “pulita” di un “ragazzone” della provincia americana degli anni Settanta. Ma Alexander Payne (il regista che probabilmente farà vincere il quarto Premio Oscar all’interprete della sua agrodolce commedia “A proposito di Schmidt”Jack Nicholson!) non è assolutamente un regista nostalgico capace, invece, di giocare con gli stilemi, i toni e le strutture di tanto cinema americano degli anni Settanta rivestendoli di una modernità che soltanto dalla coscienza del proprio passato diventa potente metafora contemporanea del nostro Male di vivere.
Come le è venuta l’idea di raccontare la storia di un uomo anziano, cinico e depresso?
ALEXANDER PAYNE: Sinceramente già diverse volte mi hanno posto questa domanda: ma come fa  un regista giovane come lei… io ho 41 anni… a raccontare la vita di un uomo anziano? Ed io ho sempre risposto che la cosa è molto semplice: com’è che si scrive allora di marziani, alieni, dinosauri e gladiatori? All’inizio avevo chiare in mente solo due idee: che il mio film doveva essere una commedia  e doveva essere ambientata nel Nebraska, il mio paese!
Che emozioni ha provato nel dirigere un mostro sacro come Nicholson?
ALEXANDER PAYNE: E’ stata la realizzazione di un sogno: negli anni Settanta io ero appena un adolescente e, sebbene nella mia vita io abbia visto film di paesi  e di anni diversi, da buon giovane americano ho visto molti film del cinema a stelle e strisce degli anni Settanta e la maggior parte erano interpretati proprio da Jack. E’ naturale che all’inizio abbia provato un po’ di paura nel lavorare con una simile star ma lui si è immediatamente dimostrato un grande professionista, un attore gentiluomo e disponibilissimo.
E Jack Nicholson come ha reagito quando si è trovato di fronte un regista così giovane ed alle prime esperienze come lei?
ALEXANDER PAYNE: Ha subito detto che gli sarebbe piaciuto proprio non pensare quanto io fossi più giovane di lui e così non fermarsi a riflettere su quanto lui fosse vecchio! Gli piace essere considerato  un uomo giovane e contemporaneo e sinceramente credo che sia una buona mossa strategica quella di molti attori della sua età di farsi dirigere da registi giovani per continuare a rimanere in sintonia con il Tempo!
Come ha reagito allora quando gli è stato proposto il ruolo di un pensionato depresso e fallito?
ALEXANDER PAYNE: Un lato meraviglioso di Jack è l’incredibile misura con cui accetta se stesso e la sua età: lui ha di fatto 65 anni e non cerca in alcun modo di averne di meno… non crede nella chirurgia plastica e sostiene fortemente il cinema realistico. All’inizio non sapevo come chiedergli di interpretare questo ruolo e così gli ho detto: “Ho bisogno che interpreti un uomo più anziano di te!” e Jack, afferrando la pappagorgia sul collo, ha risposto: “Quanto di tutto questo ti serve?”
Ha già diretto altri tre film molto amati e premiati dalla critica ed ha sempre mostrato un notevole interesse per l’uomo medio americano: che valore ha il suo sguardo in questo momento  “storico” del suo paese ?
ALEXANDER PAYNE: Io sono stato sempre un grande ammiratore del cinema americano degli anni Settanta: realistico, ambiguo, politico e più triste. Era questo il cinema che avrei voluto fare quando ne avessi avuto l’opportunità. Ma quando sono apparso sulla scena cinematografica negli anni Novanta non esisteva più questo cinema collegato alla vita reale del paese… e desidererei molto che si facessero  più film sulla vita reale degli essere umani perché credo che il cinema sia la più straordinaria forma artistica d’espressione. In quest’ultimi anni l’America e gli americani stanno vivendo senza una precisa coscienza di chi siano storicamente e penso che il cinema possa rispondere a questa esigenza così come negli anni Settanta molti film avevano assolto a questo compito! Spero di non essere troppo idealista ma voglio continuare a sperare in un cinema umano ed umanista!
Tranne il riporto… sembra che Jack Nicholson non abbia fatto alcuna fatica nell’interpretare il signor Schmidt…
ALEXANDER PAYNE: E’ vero… ed anche, ad esempio, le luci non sono intervenute in alcun modo nell’accentuare alcune sue espressioni od atteggiamenti….
Ma se Nicholson non avesse accettato il ruolo avrebbe ugualmente girato il suo film?
ALEXANDER PAYNE: Lo avrei fatto comunque ma sicuramente sarebbe stato un altro film! Mentre io e Jim scrivevamo il film pensavamo di proporre questa storia a Jack ma avevamo anche altri nomi in panchina come quelli di Gene Hackman, Dustin Hoffman e Morgan Freeman… ed appunto sarebbero stati tre film diversi ma anche molto interessanti. Una prima versione della storia era stata scritta già dieci anni fa ed allora si poteva pensare ad un attore come William Golden o Federico Luppi.
Il tema dell’adozione a distanza come si inserisce nella storia?
ALEXANDER PAYNE:  Inizialmente per me era solo un’idea comica: mi divertiva l’idea di queste inserzioni che si leggono sui giornali che appunto consigliano l’adozione a distanza ed invitano anche a scrivere una lettera a questi bambini… e mi sono sempre chiesto che cosa ci si potesse scrivere ed ecco nascere l’idea assurda e comica! Quando ho deciso di  scrivere una commedia ho così pensato di inserire questo tema… ma mi sono reso conto che alla fine non era più solo un espediente comico ma anche un mezzo che nella vita del mio protagonista  ha un ruolo molto più importante e significativo!
Quanto lei considera il suo film semplicemente una commedia?
ALEXANDER PAYNE: Io incomincio sempre nella mia testa a pensare a delle commedie… ma poi durante le riprese o il montaggio cerco sì di far ridere ma mai a discapito del tema serio che sto trattando. Credo che le commedie infatti possano trattare temi drammatici anche in modo molto serio.
Al recente Festival di Cannes il premio come Miglior Attore è andato al protagonista del film Il figlio Olivier Gourmet mentre quasi tutta la critica ed il pubblico parteggiava per un riconoscimento a Jack Nicholson: qual è la sua opinione?
ALEXANDER PAYNE: Io sono stato molto felice che il mio film sia stato selezionato per il Festival… ho visto il film dei fratelli Dardenne ed ho trovato il protagonista straordinario… ed allora: chi se ne frega dei premi?
Ma dopo i due Golden Globe (Miglior Sceneggiatura e Miglior Attore) cosa si aspetta dall’Oscar?
ALEXANDER PAYNE: Probabilmente il film avrà tre nomination: per la sceneggiatura, per Nicholson e per Kathy Bates… come si potrebbe chiedere di più? I premi sono divertenti ma non bisogna prenderli troppo sul serio!
Com’è intervenuto Jack Nicholson durante le riprese?
ALEXANDER PAYNE: Ha letto la sceneggiatura… e solitamente le mie sono sempre molto chiare rispetto al tono che il film dovrà avere. E grazie alla  sua  grande conoscenza ed esperienza della macchina cinema… ed attraverso lunghe discussioni a casa sua… siamo arrivati sul set con una visione armoniosa e completa tra di noi. Sinceramente non aveva molti suggerimenti da dare durante le riprese ma quando aveva qualche idea io ne ero felicissimo: avere vicino un uomo della sua esperienza è un’avventura straordinaria  e credo di avere ancora molto da imparare da lui!
Dov’è finito il “mitico” ghigno di Nicholson?
ALEXANDER PAYNE: Molte persone hanno commentato come il mio “Schmidt” fosse diverso dal solito Jack Nicholson cinematografico: non solo era scomparso il suo ghigno ma anche le sue folte sopracciglia o sguardo demoniaco! Lo stesso Nicholson ha voglia di recitare in ruoli diversi ed anche i suoi due lavori fatti con la regia di Sean Penn andavano in questa direzione.
Quali sono i suoi rapporti con l’industria cinematografica hollywoodiana?
ALEXANDER PAYNE: Io ed il mio fedele amico e compagno di scrittura Jim Taylor siamo stati chiamati da diverse produzioni come “dottori di sceneggiature” e così abbiamo rimesso mano sugli script di film come Ti presento i miei o Jurassic Park 3… e credo che molti registi abbiano sempre dovuto fare una scelta tra un lavoro impersonale ed uno più sentito e vicino alle proprie corde. Lo stesso Martin Scorsese in un mondo migliore non credo che avrebbe mai girato film come Il colore dei soldi o Cape Fear. Spero di non dover scendere mai a questi compromessi e se per il momento il minimo contributo che posso dare alla macchina di Hollywood è quello di mettere mano per qualche settimana sui copioni altrui mi va benissimo… soprattutto se poi questo “servizio” mi permette di realizzare i miei film in totale libertà.
Cosa racconterà nel suo prossimo film?
ALEXANDER PAYNE: Sarà l’adattamento di un romanzo mai pubblicato e non sarà girato nel mio adorato Nebraska ma in California. Racconta la storia di due amanti del vino… due quarantenni… un attore ed un romanziere fallito! La settimana prima del matrimonio di uno di loro, i due amici si concedono qualche giorno di vacanza per andare ad assaggiare dei vini e così mi divertirò a raccontare le loro patetiche avventure.

Di Calogero Messina


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