| CHICAGO
Bentornato musical! Ed il saluto è ancor più caloroso
ed appropriato di quello che accompagnò lo scorso anno l’esplodere
sul grande schermo del fenomeno "Moulin Rouge". Pirotecnico,
geniale, innovativo, sorprendente, il lavoro di Baz Luhrmann conservava
soltanto la sfavillante cornice dei musical hollywoodiani reinventando
e scuotendo dalle fondamenta il genere cinematografico che fece la fortuna
di artisti come Fred Astaire, Ginger Rogers e Gene Kelly. Ed allora
"bentornato al musical" nella sua più perfetta ed originale
forma grazie al lavoro appassionato e vitale del coreografo e regista
esordiente Rob Marshall che , riuscendo finalmente ad adattare per il
grande schermo il pluripremiato musical "Chicago" di John
Kander, Fred Ebb e Bob Fosse, riporta in auge il glamour, lustrini e
paillettes, i "fumosi" locali jazz e corpi di ballo dalla
capacità coreografiche illimitate che non ci fanno assolutamente
rimpiangere l’epoca d’oro dei musical americani. Siamo nella
Chicago del 1929 : qui si svolge la spettacolare storia (tratta da un
reale episodio di cronaca nera)dell’apparente ingenua Roxie Hart
(Renée Zellweger rifà "Marylin" con incosciente
audacia e grinta e talento inaspettati!) che cerca di evadere dalla
monotonia della sua vita sognando un futuro nel mondo dello spettacolo...
magari ripercorrendo i passi fortunati dell’artista di Vaudeville
Velma Kelly (Catherine Zeta-Jones capace di illuminare il palcoscenico
con la sua sola e prorompente presenza scenica). Il sogno della piccola
Roxie si avvera quando alcune mosse sbagliate (lei uccide l’amante
bugiardo che le aveva promesso un ingaggio in uno spettacolo mentre
Velma spara a sua sorella ed al suo uomo, sorpresi insieme a letto!)
le fanno ritrovare una a fianco dell’altra in prigione. Ma grazie
all’aiuto del leggendario avvocato Billy Flynn (un Richard Gere
gigione, ironico, mascalzone e con doti da ballerino/cantante di coinvolgente
entusiasmo) ognuna delle due donne avrà la grande occasione e
strabiliante "assolo" nello spettacolo della loro vita. La
sceneggiatura di Bill Condon (il regista di "Demoni e Dei")
diventa così un impietoso ed amaro atto d’accusa contro
il sistema della giustizia americana (metafora a sua volta della vacuità
delle istituzioni a stelle e strisce) ma anche l’infelice parabola
sulla smania di successo ed affermazione che non conosce alcuna regola
ed ostacolo. Ma temi così profondi e seri sotto l’occhio
di bue di Rob Marshall diventano un colorato caleidoscopio (un applauso
a scena aperta alla fotografia di Don Holy Smoke Beebe, alle scenografie
di John X Men Myhre, ai costumi di Colleen Il Mistero di Sleepy Hollow
Atwood) di canzoni e coreografie che, se alla lunga non reggono l’inventiva
e fattore sorpresa iniziali, conservano però intatto l’indiscutibile
fascino di melodie ed atmosfere senza tempo.
CHICAGO : UN MUSICAL DA OSCAR
Da un momento all’altro ti immagini
che debbano alzarsi sulla sedia, salire sul tavolo ed improvvisare una
coreografia o cantare una canzone per rispondere alle domande curiose
dei giornalisti. Ma nonostante l’atmosfera rilassata e serena
che si crea durante la conferenza stampa romana del film “Chicago”
(Richard Gere si diverte a “stuzzicare” i giornalisti mentre
John C.Reilly offre caramelle a tutti!), non accade nulla del genere,
e si resta così aggrappati alla fantastica (ed amara) realtà
di sogni che si avverano sul grande schermo e con la triste prospettiva
che in tempi socialmente e politicamente incerti (gli stessi attori
e regista non nascondono i loro timori, dubbi e confusione dinanzi agli
eventi di una guerra imminente) non ci sia posto per nessuna nota o
passo di danza, ma solo per il becero e desolante spettacolo di una
follia suicida che rischia di far sprofondare il mondo.
"Se non puoi essere famoso, sii infame!" dichiara il cinico
avvocato Flynn... ma voi vi trovate d’accordo con le sue parole?
RICHARD GERE: Sicuramente non condividiamo questo modo di pensare e
di agire dei nostri personaggi: tutti noi siamo arrivati al "successo"
attraverso un percorso fatto di sacrifici e tanto lavoro! Poi in molti
pensano che il successo possa rendere felici, ma non è assolutamente
così: è vero che ci fa molto piacere essere famosi, che
la gente ci riconosca per la strada, che si parli di noi sui giornali...
ma questo non vuol dire essere felici! Dagli anni Venti ad oggi però
questa smania del successo a tutti i costi continua a fare discepoli
ed ad ingannare ancora tanti!
RENEE ZELLWEGER: L’aspetto più divertente di questo lavoro
è stato il sentirci tutti coinvolti in un progetto bellissimo
per raggiungere un fine comune. Questo per me vuol dire avere successo:
fare bene il nostro lavoro e mostrare sempre un grande e sincero amore
verso il cinema.
JOHN C. REILLY: Io posso smettere di seguire il successo dopo che in
Italia mi hanno messo in copertina sulla "Settimana Enigmistica"!
Comunque il nostro intento all’inizio delle riprese non era quello
di fare successo con questo film... peraltro il progetto si presentava
abbastanza rischioso... ma di fare al meglio il nostro lavoro perché
profondamente innamorati di questa storia.
Ma cosa significa avere successo per voi? E quali sono stati i momenti
più divertenti e quelli più difficili delle riprese del
film?
RICHARD GERE: Credo che quando incominci a fare questo lavoro si è
molto focalizzati sulla propria carriera... poi gradualmente, attraverso
le diverse esperienze, si supera questo forte individualismo e si comincia
a lavorare con il "gruppo" come è accaduto su questo
set: dai fiducia ai tuoi colleghi e sei particolarmente sensibile ed
attento alle loro esigenze... e tutto questo al termine di una giornata
lavorativa ti fa dire "E’ stata proprio una buona giornata!".
Questo per me vuol dire "avere successo": essere quotidianamente
felice del proprio lavoro fatto con entusiasmo ed onestà. Chicago
è in assoluto il film che più mi sono divertito a fare:
ogni giorno, nonostante le fatiche delle riprese, ero felicissimo di
andare sul set! Le scene più divertenti sono state quelle che
mi vedevano al fianco di John C. Reilly, un attore straordinario, così
come mi sono molto divertito a girare il pezzo musicale con Renée.
Invece la scena più difficile e che non vedevo l’ora di
terminare di girare è stata quella del tip tap: un vero incubo!
RENEE ZELLWEGER: Quand’ero al college facevo tutto da sola: studiavo,
pensavo alla casa, mi preparavo per le audizioni e facevo qualche piccolo
lavoretto! Mi arrabattavo ma ero felice: il fine era quello di riuscire
ad occuparmi dignitosamente di me e ci riuscivo, pur a fatica! Questo
vuol dire "avere successo" per me: vivere una vita piena e
creativa! Il successo non è determinato dall’esterno...
come ad esempio dall’esito di un film....ma è vivere quotidianamente
nuove sfide e conoscere nuovi mondi.
Voi nel film ballate, recitate e cantate: oggi potete affermare di aver
vinto questa grande sfida?
RICHARD GERE: Sinceramente non ho mai pensato a questo film come a una
sfida: quando ho incominciato a fare questo lavoro avevo lavorato nei
musical e comunque in seguito la musica ha sempre avuto un posto fondamentale
nella mia vita! Ma se di una sfida vinta si deve parlare allora tutto
il merito va riconosciuto a Rob Marshall che è riuscito a creare
questa misteriosa alchimia tra tutti noi, a farci sentire parte di una
grande famiglia e a proprio agio sul set.
JOHN C. REILLY: Io credo che nell’esperienza di qualsiasi attore
ci sia stato un ruolo in un musical... anni addietro faceva parte del
bagaglio d’esperienze di qualsiasi interprete e sarei contento
se anche oggi si ritornassero a girare più musical: una forma
d’arte veramente unica e straordinaria.
Lei è nata nel Texas, patria di Bush mentre i suoi genitori sono
d’origine europea: il suo pensiero sull’imminente guerra
è più vicino a quello interventista americano o antibellicista
europeo?
RENEE ZELLWEGER: Il mio cognome è di origine svizzera e l’ho
voluto mantenere perché sono orgogliosa e fiera di quella che
sono. I miei genitori - padre svizzero e madre norvegese - mi hanno
dato la possibilità di un’altra prospettiva dalla quale
poter vedere i fatti del mio Paese. Ma nonostante questo anch’io,
come credo tanti di voi, sono molta confusa e vivo in uno stato di profonda
frustrazione non riuscendo a comprendere i motivi per cui si debba cominciare
una nuova guerra.
RICHARD GERE: Credo di parlare a nome di tutti nel dire che speriamo
ardentemente che si riescano a trovare delle serie e valide alternative
a questa guerra!
Com’è riuscito a tenere testa al suo cast "stellare"
? Quali aspettative alla vigilia delle nomination del Premio Oscar?
ROB MARSHALL: Mi ritengo un uomo molto fortunato: al mio esordio cinematografico
ho potuto contare su un cast di grandissimi attori! Il mio impegno quotidiano
sul set è stato quello di offrire loro tutto l’aiuto di
cui avevano bisogno per far venir fuori al meglio capacità e
talenti nascosti. Fondamentali sono state le sei settimane di prova
che sono riuscite a creare un forte legame umano tra di noi ed a farci
sentire tutti come una vera compagnia teatrale: la magia che si è
creata tra di noi credo che si riesca a percepirla sul grande schermo.
Tutto il cast d’attori e di tecnici meriterebbe l’Oscar...
ma per il momento non ci vogliamo pensare e cerchiamo di non farci strumentalizzare
e guidare dall’ansia che inevitabilmente un Premio del genere
crea.
Di
Calogero Messina |