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IO
NON HO PAURA
Se
proviamo a scavare a fondo... se solo per un attimo proviamo a rovistare
tra i ricordi confusi ed annebbiati della nostra infanzia sicuramente
ad emergere con maggiore forza e prepotenza saranno quelle esperienze
di vita che, nel bene o nel male, hanno poi lasciato un segno indelebile
nelle nostre esistenze. E soprattutto, lentamente, riaffioreranno tutte
quelle mai sopite paure che hanno in un certo qual modo forgiato il
nostro carattere così scoprendo come averle tenute sottoterra
(o solo apparentemente vinte!) sia il più geniale e "coraggioso"
compromesso raggiunto dalla nostra maturità di uomini alle prese
con sempre più nuove e quotidiane paure. Poi ci sono le eccezioni
che confermano la regola come nel caso del piccolo Michele, protagonista
dell’intenso, teso e lirico film di Gabriele Salvatores "Io
non ho paura" (tratto fedelmente dal romanzo omonimo di Niccolò
Ammaniti). Siamo nell’estate del 1978 (Mina canta insieme ad Alberto
Lupo "Parole, parole, parole") in un’anonima ma calda
e solare campagna del Sud dominata da un deserto di grano così
accecante e maestoso... da far paura (luminosa ed emozionante la fotografia
di Italo Petriccione)! E’ in questa landa desolata che Michele,
10 anni, scopre un pozzo scuro ed angoscioso (fatto di roccia umida
e terra da cui spunta qualche esile radice) e che dentro vi è
tenuto nascosto un bambino come lui, denutrito ed incatenato al piede.
Come nei più "classici" thriller alla Stephen king,
Gabriele Salvatores "non ha paura" di mostrarci e farci sentire
l’odore più forte e vitale di una sensazione così
potente come la paura e, seguendo (con la macchina da presa all’altezza
degli occhi del bambino) il suo giovane protagonista affrontare l’ignoto
nascosto in un buco nero così come nel bagliore asfissiante di
una natura attorno complice e colpevole, riesce a farci fare più
di un salto sulle nostre poltrone aiutato anche dalla sincerità
e forza di immagini mai compiacenti o fasulle. E’ straziante essere
testimoni della lenta scoperta di Michele che capirà che ad aver
messo quel bambino nel buco sono stati i grandi del suo villaggio, capitanati
dal rissoso uomo del Nord Sergio (un Diego Abatantuono cattivo "da
collezione"!)... e tra questi complici anche i suoi genitori (Dino
Abbrescia, un convincente papà mascalzone e codardo, e Aitana
Sanchez-Gjon, una mamma del Sud vera e commovente). Ma è ancor
più doloroso "spiare" l’estremo gesto di sacrificio
del bambino che nella gioiosa scoperta di essere uguale a qualcun’altro
(così vincendo l’estremo timore del "diverso")
ci regala l’atto e dichiarazione di coraggio più assoluta
e primordiale dell’uomo: "Non ho paura della tua unicità".
Siamo certi che Matteo (un’indimenticabile, appassionato e bravo
Giuseppe Cristiano) nella sua vita da adulto sarà un uomo unico
e raro.... e probabilmente è anche questo l’incredibile
potere e suggestione del cinema: tenere accesa anche l’ultima
e più solitaria (in questi amari tempi!) speranza di un’umanità
che "non ha paura" di riflettersi nei molteplici, variabili
e scomposti frammenti di un unico Progetto di vita.
GABRIELE
SALVATORES: “NON HO PAURA DI DIRE NO ALLA GUERRA”
I
bambini (tutti straordinari e sinceri i piccoli protagonisti del film
di Gabriele Salvatores Io non ho paura) confessano con candore le loro
più “innocenti” paure come quella per i vermi di
Mattia Di Pierro nel ruolo dell’ostaggio o come quella di andare
in bicicletta per Adriana Conserva nel ruolo di Barbara... o come quella
di correre in mezzo al grano, paura comune a tutti i piccoli interpreti.
nche i “grandi”, con identica sincerità, non si tirano
indietro nel rivelare le loro più “aggiornate” paure
e così se lo scrittore Niccolò Ammaniti (dal suo romanzo
omonimo è stato tratto fedelmente il film) dichiara di non vivere
nel timore di chi non ha persone vicine con le quali, alla pari, discutere
e confrontarsi... ed alle quali “confessare le proprie paure”,
è nella ferma e netta dichiarazione di Gabriele Salvatores (“Non
ho paura di dire No alla guerra!”) che scopriamo la scottante
attualità di un film come Io non ho paura che ha il coraggio
di sbatterci in faccia i “buchi neri” della nostra umana
società. E’ come se nella capacità d’ascolto
dell’altro “diverso” da noi si nasconda l’arma
più idonea per superare le umane ostilità di un Mondo
sull’orlo del precipizio.
Qual’ è stata la difficoltà
principale nella realizzazione di questo film?
GABRIELE SALVATORES: Sicuramente il lavoro più grosso è
stato fare il casting dei bambini: più di 540 bambini “provinati”
prima di arrivare al risultato finale. Non ho chiesto loro di recitare
ma ho cercato di parlare con loro, di conoscere qualcosa della loro
biografia per riuscire a trovare dentro di loro qualche caratteristica
dei miei personaggi. Credo, alla fine, che molti degli atteggiamenti
o azioni che questi bambini fanno nel film appartengano un po’
alla vita di ciascuno di loro.
Che tipo di lavoro ha svolto con i suoi piccoli
attori?
GABRIELE SALVATORES: Forte della mia esperienza teatrale, ho cercato
innanzitutto di farli giocare e così entrare lentamente nei loro
personaggi. Io personalmente ho cercato di non dire loro bugie e così
spiegare sempre le situazioni del film, anche le più scomode
o imbarazzanti, così come nella realtà sono... ho sempre
detto loro le cose come stanno!
Questa storia ha rovistato in qualche modo nei
suoi ricordi? Che importanza ha avuto l’infanzia nel suo personale
percorso di crescita e cosa oggi ne ha riscoperto?
GABRIELE SALVATORES: Solamente a film ultimato mi sono reso conto di
come alcuni episodi
della mia infanzia fossero finiti nel film: ad esempio anch’io
ho una sorella come la piccola Maria del film.... ma la stessa volontà
di mettere la macchina da presa ad altezza bambino rivela la volontà
di ritrovare quello sguardo ingenuo e pulito della mia infanzia. La
scena in cui Michele spia i suoi genitori è un mio personalissimo
ricordo di bambino che origliava i discorsi di papà e mamma senza
mai capire una parola! Così come mi riconosco anche nella crudeltà
dell’infanzia... i bambini sanno essere molto cattivi: io ad esempio
arrivato a Milano all’età di sei anni da Napoli alla fine
sono diventato interista per tutte le botte che prendevo dagli altri
bambini!
Come nasce la scelta di adattare il romanzo di
Niccolò Ammaniti? E la scelta di essergli così fedele?
GABRIELE SALVATORES: E’ stata una decisione rapidissima: ho conosciuto
Niccolò a casa di amici ed in una serata ho letto il suo libro...
ho subito capito che ne sarebbe potuto venir fuori un bel film! E poi
perché tradirlo: a me il libro è piaciuto veramente molto
e come tutte le cose che si amano non è necessario tradire. La
scelta poi di coinvolgere Niccolò nella scrittura della sceneggiatura
rispondeva a questa esigenza di cercare di rimanere il più fedele
possibile al romanzo. Naturalmente lo sguardo della macchina da presa
è diverso dalle suggestioni che possono suggerire le parole scritte
e comunque voglio ribadire che questa fedeltà al testo è
pur sempre frutto di tanto lavoro.
Dopo Starnone e Ammaniti, con quale altro autore
italiano le piacerebbe lavorare?
GABRIELE SALVATORES: Ce ne sono di diversi: la letteratura italiana
come il cinema italiano sta dando ottimi risultati... qualcosa si sta
muovendo per davvero e credo che il legame tra letteratura e cinema
sarà sempre più forte. Mai come in questi ultimi anni
c’è una corrispondenza di visione, d’intenti così
intensa ed importante.
Dietro la storia del libro e del suo film è
possibile azzardare una lettura “politica” della nostra
situazione attuale?
GABRIELE SALVATORES: Io non ho paura è una grande dichiarazione
di coraggio! Il protagonista del film perde la sua infanzia in diverse
e fondamentali tappe di crescita: il primo passo è quando
torna a guardare in quel buco nero così come molte volte noi
stessi chiudiamo gli occhi di fronte a situazioni e realtà che
ci fanno paura. Poi il ragazzino disobbedisce al padre (l’autorità
riconosciuta) ed infine cresce quando si identifica con qualcuno di
diverso da lui: la paura infatti nasce dalla non conoscenza delle diversità
che ci circondano. E l’ultimo passo di una definitiva maturazione
è nella decisione del bambino di mettere a rischio la propria
vita fisica per salvarne un altra: assistiamo alla vitale scoperta dell’importanza
dell’esistenza di un’altra persona e che quindi la nostra
singola vita è fondamentale fotogramma di un generale film collettivo!
Dove colloca questo film nel suo personale percorso
di regista?
GABRIELE SALVATORES: Dopo Mediterraneo e Puerto Escondido ho sempre
cercato di cambiare “film” e così ecco nascere Sud,
Nirvana e Denti. Ma credo che questo film sia molto importante per me
perché per la prima volta mi sono posto alcuni problemi, se non
proprio di stile, di necessità di fare delle scelte piuttosto
che altre... se un movimento della macchina da presa era necessario
o meno: ho cercato il più possibile di rimanere ancorato al cuore
ed alle emozioni di questa storia.... senza lasciarmi distrarre da nulla!
Di cosa “non ha paura” Gabriele Salvatores?
GABRIELE SALVATORES: Non ho paura di dire No alla guerra! E non bisognerebbe
avere paura di dire quello che si pensa... evitando, ancora da adulti,
di continuare a dire bugie!
Calogero
Messina
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