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UBRIACO
D’AMORE
Quando un regista diventa di culto scatta immediata l’attesa di
un suo nuovo lavoro, per il quale ci si scervellerà nell’ardua
impresa di determinarne la postazione nell’ipotetica classifica
"must" dei suoi film. E’ successo a registi del calibro
di Kubrick, Hitchcock o Von Trier e (se pur in toni ed enfasi minori)
sta accadendo al giovane regista americano Paul Thomas Anderson che,
anche se solo al suo quarto film, può già vantare classifiche
per tutti i gusti. Personalmente , non avendo visto l’invisibile
"Sidney", il suo nuovo film "Ubriaco d’amore"
(Miglior Regia al Festival di Cannes 2002) si piazza buon ultimo dopo
il secondo posto di "Magnolia" ed il primo di "Boogie
Nights" così scontentando chi invece in questa strampalata,
sgangherata e rumorosa commedia romantica vi aveva intravisto l’originale
genialità e talento innovativo di un mistificatore dei generi
cinematografici. Pur lodando il coraggio ed ardimento nell’arruolare
due attori come il "demenziale" Adam Sandler e la drammatica
Emily Watson per i ruoli dell’ingenuo, intelligente e mattoide
Barry Egan e della dolce, istintiva e sincera Lena Leonard.... pur apprezzandone
il lavoro di "decostruzione" che si fa gioco dei cliché
e regole basilari del genere "romantico", "Ubriaco d’amore"
rimane il freddo e sterile esercizio cinematografico di un regista che
speriamo non scivoli nella sindrome "dell’eccezionale"
a tutti i costi! E così seguiamo le vicende amorose dei due giovani
innamorati sulle fastidiose note di una colonna sonora (Jon Brion) ossessivamente
disturbante mentre tra oggetti che si rompono, cadono, esplodono, vanno
in frantumi, si consuma il fantasmagorico idillio (fotografia, costumi
e scenografie degne dei primi film in Technicolor) di un uomo ed una
donna alla ricerca disperata ed assoluta d’amore.
Di
Calogero Messina |